Sicurezza e percezione: la lezione dei numeri che la politica dimentica
Tra la memoria degli anni di piombo e la realtà di oggi: perché confondere la microcriminalità con l’emergenza strutturale è un errore storico
Brescia- Mohamed Kendil
I fatti di cronaca recente, come la dolorosa tragedia di Modena, riaccendono ciclicamente nel nostro Paese un dibattito mai sopito: quello sulla sicurezza pubblica e sul legame, spesso evocato a fini elettorali, con i flussi migratori. È una reazione emotiva comprensibile; la paura, per sua natura, non consulta i bilanci statistici prima di manifestarsi. Tuttavia, quando la politica e il discorso pubblico abbandonano l’analisi dei dati per inseguire l’onda dell’emotività, si rischia di somministrare una diagnosi errata a un corpo sociale già spaventato. Per capire dove stiamo andando, è necessario fare un passo indietro e guardare alla storia recente d’Italia
Se guardiamo all’Italia di oggi, i dati del Viminale ci consegnano una realtà insospettabile per chi si limita a nutrire la propria percezione attraverso lo scorrimento dei social network. Nel 2024, gli omicidi nel nostro Paese sono stati 319. Una cifra drammatica, come ogni singola vita spezzata, ma che assume un significato profondamente diverso se paragonata al 1991
In quell’anno, l’Italia contava quasi 2.000 omicidi: una media di cinque persone uccise al giorno, ogni giorno dell’anno. Era l’Italia delle stragi di mafia, delle faide di ‘ndrangheta e camorra, della criminalità organizzata che sfidava apertamente le istituzioni nelle piazze e nelle strade. All’epoca, la presenza di cittadini stranieri sul territorio nazionale era statisticamente marginale. Oggi, in un’Italia strutturalmente multietnica, il tasso di omicidi è tra i più bassi d’Europa e del mondo. Questo dato, da solo, demolisce l’assioma secondo cui l’immigrazione avrebbe importato l’insicurezza nel Paese
È innegabile che esista un problema legato alla microcriminalità urbana. I piccoli furti, gli scippi o il fenomeno dello “spaccio” di strada nelle periferie delle nostre città sono realtà visibili che colpiscono la quotidianità dei cittadini e ne alimentano il senso di vulnerabilità. Ma è qui che il giornalismo e la politica hanno il dovere della precisione.
Il piccolo spaccio di pochi grammi agli angoli delle strade, in cui sono spesso impiegati giovani stranieri talvolta privi di alternative legali a causa di percorsi di integrazione bloccati, è l’ultimo anello, il più visibile e vulnerabile, di una catena molto più complessa. Le reti che gestiscono il narcotraffico internazionale, i grandi flussi finanziari, l’importazione di tonnellate di stupefacenti e il controllo militare dei territori non sono nelle mani dei disperati delle banchine ferroviarie. Appartengono a organizzazioni criminali storiche, con profonde radici locali e capitali immensi. Confondere la manovalanza di strada con la radice del problema securitario significa guardare il dito e ignorare la luna
Perché, allora, l’opinione pubblica percepisce l’Italia come un Paese meno sicuro rispetto al passato? La risposta sta nella natura stessa della violenza odierna. Crollati gli omicidi di mafia e le rapine mortali, la violenza residua ha cambiato volto, spostandosi dalla strada alle mura domestiche. Il dato più tragico e drammaticamente stabile degli ultimi trent’anni è quello dei femminicidi: circa 120 donne uccise all’anno, quasi sempre da partner o ex partner, in contesti che non hanno passaporto né barriere sociali
La violenza che si consuma nel salotto di casa o il reato di strada generano un’ansia profonda perché colpiscono la dimensione personale del cittadino. A questo si aggiunge una sovraesposizione mediatica che trasforma ogni singolo fatto di cronaca locale in un caso nazionale e permanente
Strumentalizzare le tragedie per alimentare la retorica dell’invasione e dell’insicurezza “importata” è una strategia comunicativa efficace nel breve termine, ma sterile per il futuro del Paese. La sicurezza in Italia è un tema storico, complesso e strutturale, che si cura con l’efficienza della giustizia, il controllo del territorio, ma anche e soprattutto con serie politiche di inclusione e legalità
Illudersi che i problemi sociali si risolvano individuando un capro espiatorio significa condannarsi a non risolvere mai le vere fragilità del nostro tessuto sociale. I numeri ci dicono che l’Italia ha fatto passi da gigante sulla strada della sicurezza; sarebbe un peccato smarrire questa consapevolezza per rincorrere le paure del momento